Da “La libertà del Far West e l’Europa” di Paolo Giordano (“Corriere della Sera”).

La libertà è un concetto sfuggente. Quando non la si possiede è perfettamente chiaro cos’è, ma diventa complicato definirla se la si ha ancora. E “libertà” è forse la parola più maltrattata del 2025, questo “anno breve” che volge al termine. È arrivato il momento di constatare che, dicendo “libertà”, oggi non parliamo necessariamente, tutti, della stessa cosa.

Da “Da oggi chi rompe non paga più nulla” di Nadia Urbinati (“Domani”)

Il peggiore governo della Repubblica. E non solo perché i salari sono al palo. In questi giorni di feste natalizie sta portando a termine la demolizione di un pezzo cruciale di governo limitato che avvia l’Italia verso un regime post-liberale, dove per liberalismo si deve intendere l’insieme degli istituti di garanzia con funzione di controllo e limitazione del potere politico.

Da “La guerra non è colpa dei maschi prevaricatori, ma di chi odia la nostra libertà. Molte donne lo sanno, e non hanno paura di combattere” di Maurizio Crippa (“Il Foglio).

Nel suo magnifico repertorio della “Storia universale dell’infamia” Borges racconta di una donna di guerra, e di guerra piratesca, che oggi diremmo sporca, la temibile e leggendaria Ching Shih, la vedova dell’ammiraglio Ching, “donna nodosa, dagli occhi assonnati e dal sorriso cariato”, ma abile e spietata nell’arte di combattere. Per “tredici anni di metodica avventura” le sue flotte razziarono e ridussero al terrore il Mar della Cina e le truppe all’imperatore, che alla fine con la Vedeva venne a patti. Basterebbero queste rapide pagine di Borges a smentire la pagina che Michele Serra ha dedicato domenica, su Repubblica, all’idea che le guerre siano una colpa, ennesima, di genere: vecchi satrapi o quantomeno boomer in servizio militare permanente. Non se la prenda Serra, di cui si apprezza il volontaristico sforzo di assumersi una colpa collettiva, tale quale quando altri boomer maschi si sforzano di caricarsi di quelle della prevaricazione sessuale, sempre facendo di ogni erba un genere.

Da “Questione di cellule” di Marco Travaglio (“Il Fatto Quotidiano”).

Le reazioni bercianti della destra e della sinistra di destra agli arresti dei “finanziatori di Hamas dall’Italia” oscillano tra il ridicolo e il vergognoso. Non staremo qui a menarla con la presunzione di non colpevolezza di cui cianciano sempre quando viene indagato uno di loro per non parlare dei fatti: qui dagli atti appare probabile che gli arrestati finanziassero davvero Hamas. Ed è una gioia scoprire che il governo ha trovato finalmente qualche magistrato buono: infatti elogia i pm, il gip che dà loro ragione (ma non perché sia “appiattito” in quanto “collega”), l’indagine (benemerita, mica uno “scontro fra giustizia e terrorismo”) e financo le intercettazioni (quelle che di solito Nordio definisce “barbarie medievale” e vuole abolire).

Da “L’economia che frena è il nemico dello zar” di Fabrizio Galimberti (“Il Messaggero”).

Il Duca di Wellington disse che Waterloo fu vinta sui campi da gioco di Eton. Parafrasando, potremmo dire che la Russia vincerà o perderà la guerra in Ucraina a seconda dei suoi effetti sui campi, sulle fabbriche e sul tessuto produttivo dell’economia russa? La risposta alla domanda è tanto più urgente adesso che si aprono spiragli di pace per quella guerra nel cuore dell’Europa.


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