
Da “Una preziosa lezione” di Antonio Polito (“Corriere della Sera”).
A parte quel clamoroso aggettivo, “ripugnante”, rivolto con ammirevole fermezza cristiana a chi, come Vladimir Putin, oppone al desiderio di pace “il rifiuto di chi la nega perché si sente più forte”, è l’appello a un “passaggio generazionale” il pezzo forte del discorso di Capodanno del presidente Mattarella, bilancio di ottant’anni di Repubblica.
Da “L’offesa del destino e la sicurezza da tutelare” di Gigi Riva (“Domani).
A essere scaramantici, non si sarebbe mai dovuto usare il nome “Constellation” per il locale di Crans.Montana della strage dei ragazzi. Perché ricorda un velivolo dell’Air France precipitato nel 1949 alle Azzorre, una tragedia rimasta nella memoria collettiva d’Europa. A bordo una serie di personaggi illustri, tra cui il campione del mondo di pugilato Marcel Cerdan. […] Allora giovani star, poco più che trentenni, stavolta giovani verosimilmente ricchi se non famosi perché sono dispendiose le vacanze in montagna tanto più nell’opulente Svizzera. Ma più dello status sociale, colpisce la sensibilità collettiva l’età delle vittime.
Da “Il pacifismo corazzato di Mattarella” di Giuliano Ferrara (“Il Foglio”).
Sergio Mattarella non è antirusso. Perché dovrebbe esserlo? Però è un pacifista corazzato, per così dire. In una nuova formulazione della sua idea di mondo civile e delle relazioni internazionali, nel discorso di fine anno ha definito “ripugnante”, definizione che più netta e aspra non si potrebbe, il rigetto della pace in nome del criterio della maggior forza, che è precisamente la strategia bombardiera di Putin contro la logica del negoziato, strategia incoraggiata da Trump, negli atti e nelle cose, e contrastata da un pezzo dell’America democratica e repubblicana oltre che dall’insieme dell’Europa politica, con le note eccezioni filorusse.
Da “Scappellamento a destra” di Marco Travaglio (“Il Fatto Quotidiano”).
Sarebbe magnifico se, oltre alle guerre e ai guerrafondai, il 2026 si portasse via le frasi fatte da talk show. Soprattutto una: “Con questa opposizione, la Meloni governerà altri vent’anni”. Naturalmente, come tutte le previsioni, anche questa potrebbe avversarsi o venire smentita domani. E non c’è nulla di male nel criticare le opposizioni, visto che la maggioranza, con tutto quello che combina, non perde consensi (anche se i due blocchi sono pari).
Da “Speranza e fiducia” di Paolo Pombeni (“Il Messaggero”).
Ogni anno che passa il rilievo del messaggio di Capodanno del Presidente della Repubblica aumenta, perché deve assumersi il compito di fare un discorso che sia insieme di consapevole attenzione ad una transizione storica complessa e di speranza perché senza quella non ci si può attrezzare per “incontrare un tempo migliore”.
Da “Pace e democrazia, la bussola di Mattarella” di Massimo Giannini (“La Repubblica”).
Nell’interregno gramsciano, dove il vecchio ordine muore ma quello nuovo non riesce a nascere, non c’è rifugio migliore della memoria della Repubblica. È quello il luogo giusto dove ritrovarsi. È lo specchio che riflette chi eravamo, chi siamo e chi saremo. Che ci restituisce un senso, una prospettiva, una speranza. Che ci ricorda le ragioni sulle quali abbiamo saputo costruire e coniugare la legalità internazionale e l’unità nazionale, la convivenza civile e la coesione sociale. Per questo, anche stavolta, siamo grati a Sergio Mattarella, che negli auguri di fine d’anno ha raccontato agli italiani qual è il nostro posto nel mondo.
Da “Cosa resta della verità nell’era dell’Ai” di Simonetta Sciandivasci (“La Stampa”).
Dopo i sorrisi più aperti, le ilarità più fragorose, le paure più intense, gli stupori più stranianti che ci procurano le storie che ci mostrano i nostri device, e certe volte la tv, abbiamo cominciato a dire: “Speriamo che sia vero”.