
Da “La nuda verità” di Alessandro D’Avenia (“Corriere della Sera”).
Epifania è una parola che usiamo solo una volta l’anno con malinconia, perché “le feste porta via”. Eppure, come avevano intuito i grandi scrittori di inizio ‘900 di fronte all’inautenticità del vivere, sarebbe da utilizzare spesso per indicare i “momenti di essere”: istanti in cui usciamo dalla semincoscienza della routine quotidiana e avvertiamo una connessione profonda con il mondo e con noi stessi, la realtà è nitida e piena di senso. La parola epifania viene infatti dal greco per manifestare, venire alla luce (dall’antica radice per splendere e rendere chiaro), il contrario significava oscurità o distruzione.
Da “Imperialismo e autoritarismo. Le due facce di Donald” di Mario Del Pero (“Domani”).
Si esprime con un lessico primitivo e invariabilmente violento, Donald Trump. Veicolato per il tramite di una sintassi destrutturata che non può non provocare sconcerto (e, talora, ilarità) in chi lo ascolta. Un linguaggio basico e infantile che ha però spesso un merito: un grande e finanche esibito candore nel non provare neanche a dissimulare le intensioni autoritarie sul piano interno e le ambizioni imperiali su quello internazionale.
Da “Estradizione dell’autocrazia ed esportazione della democrazia. Il caso Maduro” di Giuliano Ferrara (“Il Foglio”).
Sarebbe stato preferibile che un presidente meno erratico e autoritario lo avesse fatto, e magari con l’autorizzazione del Congresso degli Stati Uniti e un profilo politico bipartisan, come avvenne per George W. Bush in Afghanistan e in Iraq, ma nonostante tutto è meglio che l’erede degenere del già degenere chavismo, Nicolas Maduro, compaia di fronte a un tribunale americano dopo dodici anni di caotica e feroce dittatura, in sulfurea alleanza con Mosca, Pechino e Teheran, e dopo aver rubato all’opposizione le ultime elezioni, piuttosto che continuare a celebrare il bolivarismo e a celebrarsi come suo epigono.
Da “Governance globale e forza necessaria” di Giuseppe Vegas (“Il Messaggero”).
Il 22 maggio 1935 Clement Attlee, il capo dei laburisti che soppiantò Winston Churchill alla fine della Seconda guerra mondiale, si pronunciò alla Camera dei Comuni in senso contrario alla proposta del governo di potenziare la Raf di fronte al riarmo tedesco, proclamando che “la nostra politica non è di ricercare la sicurezza nel riarmo, ma nel disarmo… la completa abolizione di tutti gli armamenti nazionali e la istituzione di una forza di polizia internazionale agli ordini della Società delle nazioni”. Come la storia ha dimostrato, la presunta debolezza militare britannica di lì a breve consentì a Hitler di scatenare l’aggressione.
Da “Questo mondo che irride i nostri valori” di Concita De Gregorio (“la Repubblica”).
I ragazzi di là giocano a Risiko, nell’ultimo giorno di festa del mondo di prima, il primo di come sarà. Sembra una domenica qualunque, non si direbbe la fine di un tempo. Giocano. Uno di loro dice “Scusate, propongo una regola nuova, per oggi: chi prende il Venezuela sbanca tutto”. Ridono. Però non ridevano qualche ora prima, a tavola.
Da “I modi da gangster del poliziotto globale” di Alan Friedman (“La Stampa”).
Il 6 dicembre 1904, un mese dopo la rielezione, il presidente Theodore “Teddy” Roosevelt pronunciò un discorso destinato a segnare indelebilmente l’immaginario della politica estera americana. Nel suo messaggio annuale al Congresso, Roosevelt dichiarò gli Stati Uniti “poliziotto del mondo”. Parlava dell’emisfero occidentale, richiamando la Dottrina Monroe del 1823, concepita per impedire alle potenze europee di colonizzare l’America del Sud.