
Da “Quei passi avventati” di Paolo Mieli (“Corriere della Sera”).
E quattro. Per il quarto Capodanno consecutivo stasera pioveranno bombe sui civili ucraini. Probabilmente gli abitanti di Kiev, Odessa, Leopoli e altre città meno note vedranno crollare le loro case e troveranno la morte tra le macerie. Senza che gli amanti della pace sparsi per il mondo – eccezion fatta, qui da noi, per Sergio Mattarella e Leone XIV più pochissimi altri – se ne diano visibile pena. Del che ormai siamo abituati.
Da “Le garanzie di sicurezza che dividono i contendenti” di Antonio Missiroli (“Domani).
Le trattative su un possibile armistizio fra Russia e Ucraina riguardano soprattutto le eventuali “garanzie di sicurezza” da dare a Kiev all’indomani di un possibile cessate il fuoco: senza qualche forma credibile di rassicurazione sul futuro sarà infatti molto difficile per gli ucraini acettare un accordo che comporti una rinuncia (di fatto o di diritto) a parti importanti del loro territorio nazionale – l’altro aspetto controverso delle trattative in corso.
Da “La destra sulla sua emergenza preferita rottama sé stessa, la sinistra parla solo di percezioni. Perché l’immigrazione è stato il vero show del 2025” (“Il Foglio”).
Il punto è sempre quello: cosa scegliere tra palco e realtà? Tra i risultati politici più interessanti maturati nella stagione del governo Meloni ce n’è uno poco indagato che riguarda un tema [quello dell’immigrazione, ndr] diventato improvvisamente tabù, forse persino più dell’utilizzo della parola “militari” in un decreto sulle armi, forse persino più della scelta di non diminuire l’età necessaria per andare in pensione, forse persino più della scelta di schierarsi più con l’Europa che con Trump nel sostegno all’Ucraina. Un tema che in teoria dovrebbe e potrebbe essere una bandiera per la destra e che invece da tre anni a questa parte fatica a trovare spazio nella narrazione politica della maggioranza, e anche in buona parte delle tv e dei media nazionali.
Da “Chi mente a chi” di Marco Travaglio (“Il Fatto Quotidiano”).
Sarebbe bello poterci fidare del governo ucraino, con tutti i soldi e le armi che gli regaliamo senza essere suoi alleati nella Nato né nella Ue. Sarebbe bello potergli credere, quando nega di aver tentato di bombardare la dacia di Putin con 91 droni all’indomani del vertice di pace Trump-Zelensky e nel giorno della telefonata fra l’americano e il russo. Così potremmo crogiolarci nella balsamica convinzione che solo i russi mentono, mentre i nostri governi e i nostri amici dicono sempre la verità (anche quando raccontano che in Ucraina muoiono solo i russi).
Da “Rimbocchiamoci le maniche” di Roberto Napoletano (“Il Messaggero”).
Evitiamo per una volta di dire come è andata e come andrà in futuro, al passaggio di fine anno, magari con il solito racconto lamentoso per il passato e il suo carico di preoccupazioni per il futuro legato a un mondo in subbuglio. In questo tipo di racconto si annulla in partenza il cammino già percorso e si mescola tutto con la consueta approssimazione: fatti più o meno seri di casa nostra e incognite internazionali. Prensiamo piuttosto l’impegno, in questi tempi oggettivamente perigliosi, di fare tutto ciò che serve e di mantenere i nervi saldi, di aumentare la consapevolezza di quello che siamo davvero e di quello che ancora di meglio potremmo diventare.
Da “La grande bellezza che abbiamo perso in questo 2025” di Gabriele Romagnoli (“La Repubblica”).
Se ne va il 2025, l’anno in cui morì la bellezza. Risorgerà certo, in altre vesti, nuovi visi: i posteri celebreranno quel che noi ancora non vediamo. Eppure qualcosa finisce qui. Non ci saranno mai più la spavalderia dolente di Brigitte Bardot, lo sguardo etico sotto il ciuffo ingannevole di Robert Redforf, candele e frusciar di stoffe non annunceranno l’ingresso del signor Armani e poiché la bellezza cerca sempre uno specchio per conferma di sé troverà solo muto vetro, giacché se ne sono andate anche Alice ed Ellen Kessler.
Da “Pesca all’anguilla e mani nel letame. Le mie armi per il nuovo anno” di Maurizio Maggiani (“La Stampa”).
Auguri. Me li tirano addosso ‘sti auguri per strada, al telefono, via mail, al citofono e dal fornaio; i graditi auguri fioccano, sibilano, strillano, mormorano e non c’è modo di mettersene al riparo. Auguri di che?








